lunedì 21 agosto 2017

Un pizzico di fantasia

Nel terzo giorno di CampoScuola, quello della prima escursione, siamo accompagnati da Gigi Cicerone, cantastorie d'eccezione

Nel terzo giorno del nostro CampoScuola (giorno di escursione) subito dopo colazione, quando ormai i ragazzi sono pronti a mettersi lo zaino in spalla appare il secondo amico di Momo, il giovane Girolamo, detto Gigi Cicerone (impersonato dal nostro poliedrico Andrea Forcella detto Bèna). Anche il nome di Gigi è nato dal suo "mestiere": la capacità di intrattenere tutti con fantastiche storie che nessuna mente al mondo saprebbe concepire...
Gigi ci accompagna coi suoi incredibili racconti anche durante la nostra camminata: Monte delle Streghe, cave del marmo rosso di Levanto e Monte Rossola.
Anche stasera, come sempre, condividiamo alcune righe del romanzo di Michael Ende, per delineare più precisamente la figura del personaggio:
L’altro amico prediletto di Momo era giovane e, sotto ogni aspetto, l’esatto contrario di Beppo Spazzino. Era un bel ragazzo dagli occhi sognanti e dalla parlantina inesauribile, sempre straboccante di scherzi, frottole, arguzie; rideva tanto spensieratamente che - volenti o nolenti - si doveva ridere con lui. Si chiamava Gerolamo ma tutti lo chiamavano, più alla buona, Gigi. Come al vecchio Beppo abbiamo attribuito il cognome conforme al suo mestiere, così faremo con Gigi sebbene fosse privo di una precisa professione. Lo chiameremo, quindi, Gigi Cicerone. Ma quello di «cicerone» era soltanto uno dei molti mestieri che casualmente esercitava e non era, comunque, un impiego ufficiale. L’unico requisito che possedeva per esercitare questa attività era un berretto a visiera. Se lo metteva non appena vedeva apparire dei turisti deviati verso quel sobborgo. Gli si avvicinava tutto contegnoso e si offriva di guidarli e di illustrare il luogo. Se gli stranieri accettavano lui si lanciava e mentiva senza pudore. Lardellava il racconto con avvenimenti nomi e date inventati di sana pianta in modo tale che i poveri ascoltatori ne restavano frastornati. Qualcuno se ne accorgeva e se ne andava via furibondo ma la maggior parte accettava il tutto per buona moneta e con buona moneta pagava quando, alla fine, Gigi porgeva il suo berretto a visiera. La gente dei dintorni si divertiva alle bizzarre menzogne di quel ragazzone, ma a volte li prendeva il dubbio che, insomma, non stava bene da parte di Gigi accettare denaro buono per storie false. Ma Gigi ribatteva: «Tutti i poeti lo fanno! E che differenza fa se quel che racconto io sta scritto o no su qualche dotto libro? Chi vi dice che le storie raccontate dai libri dotti non siano inventate di sana pianta? Soltanto che nessuno lo sa, questa è la differenza. E poi… che significa mai vero e non vero? Chi può sapere per certo cosa sia successo qui mille o duemila anni fa? Voi lo sapete forse? No! E dunque! Come potete affermare, voi, che le mie storie non sono vere? Può anche darsi che le cose siano andate come le racconto io. E allora io ho detto la pura verità!».Obiettare era difficile. In quanto a buona parlantina nessuno poteva spuntarla con Gigi. Dove e quando avesse imparato, nemmeno lui lo sapeva. Forse era un dono di natura.
Già, la fantasia... a volte può essere dannosa, rendendo la nostra vita vuota e attaccata solo a cose vane e senza senso...  Ma altre volte può essere un dono e aiutare le persone a sollevare il cuore dal profondo baratro del peso della propria esistenza... proprio come accade nel piccolo aneddoto che abbiamo ascoltato questa sera durante la preghiera prima di andare a dormire:
Due uomini, entrambi gravemente ammalati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. Uno dei due doveva sedersi sul letto un’ora giorno durante il pomeriggio per espellere delle secrezioni polmonari e respirare meglio. Il suo letto si trovava di fianco all’unica finestra nella stanza. L’altro uomo era costretto a passare supino le sue giornate.
I due compagni di sventura si parlavano per ore. Parlavano delle loro moglie delle loro famiglie, descrivendo le loro case, il loro lavoro, la loro esperienza al servizio militare ed i luoghi dov’erano stati in vacanza. Ed ogni pomeriggio, allorché l’uomo nel letto vicino alla finestra si poteva sedere, questi passava il tempo a descrivere al suo compagno di stanza tutto quello che vedeva fuori.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere nient’altro che per questi periodi di un’ora durante i quali il suo mondo si apriva ed arricchiva di tutte le attività e colori del mondo esterno. Dalla camera, la vista dava su di un parco con un bel lago. Le anatre ed i cigni giocavano nell’acqua, mentre i bambini facevano navigare i loro modelli di battelli in scala. Gli innamorati camminavano a braccetto in mezzo a fiori dai colori dell’arcobaleno. Degli alberi secolari decoravano il paesaggio e si poteva intravedere in lontananza la città profilarsi. Mentre l’uomo alla finestra descriveva tutti questi dettagli, l’altro chiudeva gli occhi e si immaginava le scene pittoresche. Durante un bel pomeriggio, l’uomo alla finestra descrisse una parata che passava li davanti. Sebbene l’altro uomo non avesse potuto udire l’orchestra, riuscì a vederla con gli occhi della propria immaginazione, talmente il suo compagno la descrisse nei minimi dettagli. I giorni e le settimane passarono.
Una mattina, all’ora del bagno, l’infermiera trovò il corpo esanime dell’uomo vicino alla finestra, palesemente morto nel sonno. Rattristata, essa chiamò gli addetti della camera mortuaria perché venissero ritirare il corpo.
Non appena sentì che il momento fosse appropriato, l’altro uomo chiese se poteva essere spostato in prossimità della finestra.
L’infermiera, felice di potergli accordare questo piccolo favore, si assicurò del suo confort e lo lasciò solo.
Lentamente, sofferente, l’uomo si sollevò un poco, appoggiandosi su di un sostegno, per gettare un primo colpo d’occhio all’esterno. Finalmente, avrebbe avuto la gioia di vedere lui stesso quanto il suo amico gli aveva descritto. Si allungò per girarsi lentamente verso la finestra vicina al letto e… tutto ciò che vide fu un muro!
L’uomo domandò all’infermiera perché il suo compagno di stanza deceduto gli avesse dipinto tutta un’altra realtà.
L’infermiera rispose che quell’uomo era cieco, e che non poteva nemmeno vedere il muro. «Forse ha solamente voluto incoraggiarvi», commentò.
⇒ Vi è una felicità straordinaria nel rendere felici gli altri, a discapito delle nostre proprie sofferenze. La pena condivisa riduce a metà il dolore, ma la felicità, una volta condivisa, si ritrova raddoppiata.