martedì 29 agosto 2017

Ricordi di un'estate

L’estate sta finendo si cantava diversi anni fa… è vero, siamo ormai agli sgoccioli delle vacanze, ma i ricordi di tutto quello che abbiamo vissuto nei mesi estivi con le proposte della nostra Unità Pastorale sono vivi e ben stampati dentro di noi. E vogliamo che non si cancellino mai!
Ecco perché abbiamo pensato ad una serata – durante la Festa dell’Oratorio di Brembilla – per trovarci a raccontare i meravigliosi momenti condivisi: il Pellegrinaggio in Russia, il CRE, il CampoScuola delle elementari a Cesenatico, la Fiaccolata da Berlino e il CampoScuola delle medie a Levanto.

L’appuntamento è per GIOVEDI 31 agosto,
e il programma è il seguente:

18.00: Santa Messa nella chiesa parrocchiale di Brembilla
19.00: Ritrovo in oratorio per prepararsi alla Cena
19.30: Cena sotto il tendono dell’Oratorio
20.30: Inizio dei “racconti” di quest’estate, con balletti del CRE e foto-filmati delle varie iniziative estive

Ai ragazzi che hanno partecipato al CRE e ai CampiScuola sarà consegnato un buono che (versando solo 5 €uro) darà diritto a un piatto caldo (primo o secondo) una bibita e una porzione di patatine fritte

sabato 26 agosto 2017

Che c'entra Sant'Alessandro?

Appunto, direte voi, cari lettori, ma Sant'Alessandro cosa c'entra? Cosa ci "azzecca" col romanzo Momo di Michael Ende?
Beh, certo, il Patrono della Diocesi e della Città di Bergamo non è uno dei personaggi del libro che ci ha guidato e ispirato in questi giorni. E non abbiamo scelto lui perché fossimo "a corto" di idee o di personaggi ufficiali.
Oggi siamo felici di concludere la nostra stupenda avventura sotto la protezione e con l'esempio di questo grande Santo.
Momo è un romanzo fantastico, e ci sono storici che si ostinano a dire che la Legione Tebea (della quale il nostro Soldato Alessandro era Vessillifero) fosse solo una leggenda... ma ancora: non è questo il legame tra Momo e il Patrono di Bergamo (anche perché - legione Tebea o no - noi siamo certi che Sant'Alessandro abbia dato il via ad una prodigiosa storia di santità nella nostra Diocesi, versando il suo sangue: il Sangue dei Martiri è il seme di nuovi cristiani diceva Tertulliano).
No, il legame è molto più forte... il percorso fatto seguendo gli spunti del romanzo Momo ci ha portato a capire che il Tempo che ci è donato ha senso solo se lo sprechiamo per ciò (e per chi) vale veramente. Essere martiri come Sant'Alessandro non sarà possibile per tutti. Versare tutto il proprio sangue in una volta sola nel dono supremo e totale della propria vita non è la strada di tutti.
Tutti invece possiamo donare la nostra vita una goccia alla volta. Il nostro tempo è il dono di noi stessi che possiamo fare una goccia alla volta, un secondo dopo l'altro!
Gesù (ci ha ricordato il brano di vangelo di questa solennità) ci ha comandato di amarci gli uni gli altri come ci ha amati Lui. Non è una costrizione (costringere qualcuno ad amare sarebbe la cosa più assurda del mondo) ma l'invito a ricordarci che Dio ci ha creati capaci di Amare, e di Amare come Lui, gratuitamente, fino a donare la nostra vita!
Un essere umano che non vive per Amare così sarebbe come una Ferrari utilizzata per andare a fare la spesa girando a 10Km/h per le strade polverose di un piccolo villaggio rurale!

Condividiamo coi nostri lettori il bellissimo testo che ha aperto la nostra giornata alla preghiera del mattino:

La Nuvola e la Duna
Una nuvola giovane giovane (ma, è risaputo, la vita delle nuvole è breve e movimentata) faceva la sua prima cavalcata nei cieli, con un branco di nuvoloni gonfi e bizzarri. Quando passarono sul grande deserto del Sahara, le altre nuvole, più esperte, la incitarono: «Corri, corri! Se ti fermi qui sei perduta». La nuvola però era curiosa, come tutti i giovani, e si lasciò scivolare in fondo al branco delle nuvole, così simile ad una mandria di bisonti sgroppanti. «Cosa fai? Muoviti!», le ringhiò dietro il vento. Ma la nuvoletta aveva visto le dune di sabbia dorata: uno spettacolo affascinante. E planò leggera leggera. Le dune sembravano nuvole d’oro accarezzate dal vento. Una di esse le sorrise. «Ciao», le disse. Era una duna molto graziosa, appena formata dal vento, che le scompigliava la luccicante chioma. «Ciao. Io mi chiamo Ola», si presentò la nuvola. «Io, Una», replicò la duna. «Com’è la tua vita lì giù?». «Beh... Sole e vento. Fa un po’ caldo ma ci si arrangia. E la tua?». «Sole e vento... grandi corse nel cielo». «La mia vita è molto breve. Quando tornerà il gran vento, forse sparirò».«Ti dispiace?». «Un po’. Mi sembra di non servire a niente».«Anch’io mi trasformerò presto in pioggia e cadrò. È il mio destino». La duna esitò un attimo e poi disse: «Lo sai che noi chiamiamo la pioggia “Paradiso?”». «Non sapevo di essere così importante», rise la nuvola. «Ho sentito raccontare da alcune vecchie dune quanto sia bella la pioggia. Noi ci copriamo di cose meravigliose che si chiamano erba e fiori». «Oh, è vero. Li ho visti». «Probabilmente io non li vedrò mai», concluse mestamente la duna. La nuvola rifletté un attimo, poi disse: «Potrei pioverti addosso io...»«Ma morirai…»«Tu però, fiorirai», disse la nuvola e si lasciò cadere, diventando pioggia iridescente. Il giorno dopo la piccola duna era fiorita. 

Una delle più belle preghiere che conosco dice:
«Signore, fa’ di me una lampada.
Brucerò me stesso, ma darò luce agli altri».


venerdì 25 agosto 2017

La casa del tuo tempo è il tuo cuore

L’incontro di Momo con Mastro Hora è il centro di tutto il racconto. Momo, grazie all’esperienza che le fa vivere Mastro Hora, intuisce cosa sia il tempo, la sua vastità, il suo eterno movimento, che sembra regalare il momento più bello della propria vita per poi lasciarlo presto appassire e dissolversi… in vista di qualcosa di ancora più straordinario. Questa immensità è dentro il cuore di ciascun uomo, come l’Autore dice diverse volte nel corso della narrazione: «il tempo è vita e la vita dimora nel cuore». Mastro Hora svela a Momo il segreto del tempo: ogni uomo vive e gestisce il proprio tempo e il modo di usarlo “perché devono essere gli uomini stessi a decidere come impiegare il proprio tempo. E a loro stessi tocca anche difenderlo”. Momo scopre che il proprio cuore è la casa del proprio tempo. Mettere il cuore nelle cose che facciamo e viviamo ogni giorno significa modificare il nostro rapporto e la nostra idea del tempo, che non è più ciò che sfugge e che ci imprigiona, ma è ciò che ci permette di gustare chi incontriamo, ciò che siamo, che abbiamo.
A tal proposito è bello il brano di Matteo 6,19-21: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore».

Anche oggi vogliamo rendere meglio partecipi i lettori attraverso gli stessi testi a cui i ragazzi hanno attinto grazie alla bravura dei nostri animatori (l'insuperabile Davide Zambelli nel ruolo di Mastro Hora) e la fantastica location del Santuario di Nostra Signora del Soviore.
Momo si trovava nella più grande sala che avesse mai visto. Era molto più grande della più grande chiesa, molto più ampia del più spazioso atrio di stazione. Colonne poderose reggevano una copertura - che si immaginava più che vederla - lassù nella semioscurità. Non c’erano finestre. La luce dorata dei raggi, che parevano tessere trama e ordito di un tenue velo luminoso nell’immenso spazio di quell’ambiente, proveniva da innumerevoli candele sparse ovunque, le cui fiammelle bruciavano con tanta immobilità da parer dipinte con colori splendenti. E sembrava che non necessitassero di consumare cera per rifulgere. Le migliaia di ronzii, ticchettii e scampanellii e squittii, che Momo aveva udito entrando, provenivano da una incredibile quantità di orologi d’ogni forma e dimensione. Erano appoggiati a terra o posati su lunghi tavolini, in vetrine di cristallo, su mensole dorate e su interminabili scaffali. Momo si aggirava là dentro guardando tutte quelle rarità con i grandi occhi stupefatti. 


M. Hora
(con un sorriso) Oh, Cassiopea, sei tornata? Mi hai portato la piccola Momo?
(l’accarezza e le porge l’orecchio).
Momo
Sono qui!
M. Hora
(con allegria) Benvenuta nella Casa di Nessun Luogo. Io sono Mastro Hora, Secundus Minutius Hora.
Momo
Davvero mi aspettava?
M. Hora
Lo credo bene! Ti ho mandato io la tartaruga Cassiopea perché ti portasse qui.
(guarda l’orologio) Sei arrivata con eccezionale puntualità. Questo è un orologio astrale, indica con precisione le rare ore astrali e giusto in questo momento ne è iniziata una.
Momo
Un’ora astrale… cos’è?
M. Hora
Nel corso dell’universo ci sono, a volte, dei momenti stupendi e speciali in cui può avverarsi qualcosa che né prima né dopo sarebbe possibile. Purtroppo gli uomini, in generale, non sono attenti. Però, se qualcuno se ne accorge, possono accadere grandi cose nell’universo.
(pausa) Ma tu avrai fame! (le prepara la colazione e la guarda mangiare).
Momo
(mandando giù l’ultimo boccone) Perché mandi le tartarughe?
M. Hora
Non mando le tartarughe: ho mandato a te Cassiopea per proteggerti dai Signori Grigi. Essi ti cercano dappertutto.
Momo
Vogliono farmi male?
M. Hora
Sì, piccola! Hanno paura di te. Tu hai portato uno di loro a tradirsi e hai raccontato ai tuoi amici tutta la verità sui Signori Grigi.
Momo
Ma se abbiamo attraversato tutta la città, perché non ci hanno presi?
M. Hora
Cassiopea ha il potere di vedere nel futuro mezz’ora prima.
Momo
(sorpresa) Ah, ora capisco! Quando lei sapeva da che parte andavano i Signori Grigi pigliava un’altra strada. Ma se venissero qui?!
M. Hora
(sorride) Ma non ti preoccupare. Qua dentro non possono entrare. Nemmeno se trovassero la via per il Vicolo di Mai.
Momo
(pensierosa) Come mai sai tutto dei Signori Grigi se non esci mai di qui?
M. Hora
Non è necessario, ho i miei occhiali Cosmovista.
(si toglie gli occhiali d’oro e li porge a Momo): Vuoi provarli?
Momo
(indossa gli occhiali e si spaventa) Oh! Vedo i Signori Grigi.
M. Hora
Stanno parlando di te. Non sanno spiegarsi come tu abbia fatto a sfuggire.
Momo
Perché hanno le facce grigie?
M. Hora
Perché si tengono in vita con ciò che è morto: esistono utilizzando il tempo vitale degli uomini.
Momo
Ma allora quei Signori non sono veri Uomini! Cosa sono?
M. Hora
In realtà non sono niente. Si formano perché gli uomini danno loro la possibilità di formarsi. Questo basta a farli esistere. Purtroppo hanno molti collaboratori tra gli uomini. Questo è il male.
Momo
Io il mio tempo non lo lascio prendere a nessuno!
M. Hora
Lo spero bene! Ma tu, Momo, lo sai cos’è il tempo?
Momo
Oh, mamma, che domanda! (pensa) Il tempo… è qualcosa che ESISTE. Come una specie di musica che non si avverte perché c’è sempre. Io credo di averla sentita qualche volta… Direi, come le onde che si formano sull’acqua con il vento.
M. Hora
Credo che tu l’abbia detto nel migliore dei modi… Sai, dalla Casa di Nessun Luogo nel Vicolo di Mai viene il tempo di tutti gli uomini.
Momo
Sei tu che lo fai?
M. Hora
No, bimba mia, io sono soltanto l’amministratore. A me spetta soltanto il compito di distribuire ad ogni uomo il tempo che gli è destinato.
Momo
E non potresti impedire a quei ladri di rubare il tempo agli uomini?
M. Hora
No, non posso, perché devono essere gli uomini stessi a decidere come impiegare il proprio tempo. E a loro stessi tocca anche difenderlo. Io posso soltanto distribuirlo. (pausa) Ti piacerebbe vedere da dove viene il tempo?
Momo
Sì.
M. Hora
Ti condurrò io, ma in quel luogo bisogna tacere, niente si può domandare, niente si può dire. Me lo prometti?
(Momo annuisce senza parlare. Mastro Hora la prende per mano e la porta fuori)
Narratore
Dopo un lungo percorso le raccomandò nuovamente il silenzio con un dito ammonitore sulle labbra. Poi indietreggiò di qualche passo. Momo si trovò immersa in un crepuscolo dorato. Un po’ per volta si rese conto di stare sotto una cupola immensa, perfettamente rotonda, che le parve sconfinata come il firmamento. Una cupola immane di oro purissimo, e, lassù, al centro, nel punto eccelso, un varco circolare attraverso il quale scendeva diritta una colonna di luce a raggiungere e ad abbracciare i bordi di un grande bacino, anch’esso rotondo, la cui acqua nera stagnava levigata e immobile come uno specchio brunito. Verticale, a pelo d’acqua, scintillava una fulgida stella, dentro quella luce. Si muoveva con lentezza maestosa e Momo ravvisò in quello splendore un pendolo prodigioso che oscillava avanti e indietro sopra lo specchio brunito. A nulla agganciato, si muoveva nell’aria come privo di peso. Allorché il pendolo astrale si stava avvicinando al bordo dello stagno, emerse in quel punto dall’acqua scura una grande gemma che quanto più il pendolo le si accostava tanto più sbocciava, fino a che posò, completamente fiorita, sullo specchio d’acqua. Momo non aveva mai visto un fiore di tale stupenda bellezza, che pareva formato soltanto di colori sfolgoranti, né aveva mai immaginato che simili colori potessero esistere. Il pendolo astrale sostò un momento sul fiore e Momo, rapita dall’ammirazione, dimenticò ogni altra cosa. Il suo profumo appagava il desiderio di qualcosa che da sempre aveva cercato senza saperlo. Poi il pendolo cominciò l’oscillazione di ritorno con la sua solenne lentezza; e mentre si allontanava Momo si avvide, costernata, che lo stupendo fiore cominciava ad avvizzire: uno dopo l’altro i petali si staccavano e scomparivano nel profondo dell’acqua buia. Momo ne era addolorata come per la perdita di qualcosa per sempre irrecuperabile. Quando il pendolo giunse sopra il centro del bacino, il meraviglioso fiore era totalmente scomparso. Nello stesso tempo, tuttavia, cominciava a sorgere dall’acqua buia, al bordo opposto, un’altra gemma. E mentre il pendolo le si avvicinava il fiore che cominciava a schiudersi era ancor più smagliante del primo. Momo corse leggera intorno allo stagno per contemplarlo da vicino. Era del tutto diverso dall’altro fiore. Anche i colori di questo la bimba mai aveva visto eppure le sembrava che fossero più intensi e preziosi. E anche il profumo era diverso, più squisito: e più Momo contemplava quel prodigio, più scopriva particolari meravigliosi. Ma di nuovo il pendolo astrale iniziò il suo lento moto di ritorno e il prodigio scomparve perdendo petalo per petalo nella profondità imperscrutabile dello stagno buio. Momo si rendeva conto, un po’ alla volta, che ogni nuovo fiore era diverso dai precedenti e che l’ultimo a sbocciare pareva il migliore di tutti.
(rientra Momo e subito dietro Mastro Hora)
In quel momento Momo vide Mastro Hora che la chiamava con un cenno della mano. Si precipitò verso di lui. Ripercorsero il lunghissimo corridoio.
Momo
Mastro Hora… non avevo mai pensato che il tempo degli uomini era, era… tanto grande!
M. Hora
Ciò che tu hai visto e sentito, Momo, non era il tempo di tutti gli uomini. Era soltanto il tuo proprio tempo.
Momo
Dove sono stata?
M. Hora
Nel tuo proprio cuore.
Momo
Mastro Hora, posso portarti anche i miei amici?
M. Hora
No, per ora non è possibile.
Momo
Posso raccontare quello che mi hanno detto le stelle?
M. Hora
Certo che puoi. Ma non ne sarai capace.
Momo
Perché no?
M. Hora
Le parole devono nascere dal cuore e poi crescere nella tua anima. Ora, dormi.
(Momo si addormenta)
Narratore
Quando Momo si svegliò, si ritrovò nella gradinata dell’anfiteatro. Quando tempo era passato dall’incontro con Mastro Hora? Non lo sapeva.
Intanto erano successe cose terribili in città: i suoi amici avevano incontrato già Uomini Grigi ed erano caduti nella loro trappola. Gigi, Beppo, i ragazzi… avevano ceduto di fronte alle loro bugie, consegnando il loro tempo, la loro vita. In città regnava un silenzio mortale… e Momo sapeva solo in parte la verità.

Alla fine della rappresentazione, ai ragazzi è stata donata una piccola clessidra (uno dei simboli per eccellenza del tempo che scorre inesorabilmente, avanti e indietro), spiegando che – per quanto possa sembrare che le cose si ripetano sempre in modo pressoché identico (come sembra che, in una clessidra, la sabbia che scende dall’alto al basso sia sempre la stessa) – lo scorrere del tempo ci rivela sempre qualcosa di nuovo e più prezioso, come nella visione del pendolo di Momo.

giovedì 24 agosto 2017

Guidami, Signore, sulle tue vie

La tartaruga Cassiopea, nel romanzo di Momo, ricopre un po’ la figura della guida spirituale e anche dell’angelo custode. In questa giornata dedicata all’esame di coscienza e alle Sante Confessioni è proprio il personaggio giusto per aiutare i ragazzi ad entrare dentro se stessi. Occorre aiutare i ragazzi a capire che – per quanto uno possa essere in gamba, o addirittura una persona straordinaria (come lo era Momo) – da soli non si può sconfiggere il male presente in sé e nel mondo: c’è sempre bisogno di qualcuno che ci venga ad aiutare, guidandoci verso il centro di noi stessi, il nostro cuore, per capire chi siamo veramente e da dove viene la nostra vita. L’importanza di avere una figura adulta di riferimento che – volendo il nostro bene – ci faccia da guida e custode. La bellezza però, anche di essere – nel nostro piccolo – delle “Cassiopee”, delle piccole guide gli uni per gli altri (è ciò che in ambito cristiano si chiama “correzione fraterna”).
Riportiamo, anche questa volta, un riadattamento semplificato della narrazione dell'autore del romanzo:
Momo era ancora seduta sulla gradinata delle rovine. Aspettava. Non avrebbe saputo dire che cosa; ma, in qualche modo, sentiva di dover aspettare. E per questo non si era ancora decisa ad alzarsi per andare a dormire. Improvvisamente qualcosa le sfiorò i piedi nudi. Si chinò, perché c’era molto buio, e vide una grossa tartaruga - dalla bocca curiosamente aperta al sorriso - che la guardava in faccia con la testolina alzata. I suoi intelligenti occhietti neri brillavano con tanta amabilità che pareva sul punto di parlare. Momo si chinò del tutto e le solleticò la gola.

Momo
(stupita alla comparsa di Cassiopea) Ehi là, chi sei tu, bestiolina? …Brava, tu che vieni a tenermi compagnia, tartaruga. Almeno tu. Che vuoi?
Narratore
Momo non sapeva se non l’avesse notato prima o se per caso si verificasse in quel momento, il fatto è che sulla corazza della tartaruga rilucevano delle lettere che parevano uscire dal disegno delle piastre

(Cassiopea espone sul guscio posteriore un cartello con scritto “VIENI!”)
Momo
(rizzandosi) Lo dici a me?!

(Cassiopea si avvia per guidare Momo fuori dall’anfiteatro)
Momo
(rivolta ai ragazzi) Credo dicesse proprio a me…

(Cassiopea espone sul guscio posteriore un cartello con scritto “SSSHH! DOBBIAMO SCAPPARE!” Momo – stupita – esce di soppiatto dietro a Cassiopea)
Narratore
Momo, guidata dalla tartaruga, vagava lentamente attraverso la grande città che ormai non riposava più nemmeno a notte fonda. Gli uomini andavano e venivano in fretta, irrequieti, frenetici… un’enorme moltitudine che si urtava, ti sbatteva da parte con insulti, ti investiva impaziente e intollerante, oppure trottava in file senza fine - uno dietro l’altro. Sulle strade trafficate incalzavano le automobili e tra di esse rombavano enormi autobus sovraccarichi di gente. Sulle facciate delle case si accendevano e si spegnevano di continuo le insegne luminose. Momo, che mai aveva visto un tale spettacolo, camminava come in un sogno ma senza perdere di vista la tartaruga che la precedeva. Attraversavano grandi piazze e strade illuminate, le macchine sfrecciavano da ogni parte, i passanti premevano intorno ma nessuno prestò attenzione alla bimba con la tartaruga. Eppure non dovettero mai scansare niente e nessuno, né furono urtate, nessuna macchina dovette frenare per causa loro. Era come se la tartaruga sapesse in anticipo e con assoluta certezza dove e in quale momento non sarebbe passata una macchina né un pedone. Così non dovettero mai affrettarsi o fermarsi per aspettare. E Momo si meravigliava che si potesse andare tanto piano e procedere tanto rapidamente.

Attività
1. Dopo la scenetta don Pietro aiuta i ragazzi a riflettere sul senso del personaggio di Cassiopea, sull’importanza di avere una guida sicura che “vede avanti” e quindi ci sa condurre dove è meglio per noi. Nessuno di noi può farne a meno o pensare di riuscire a trovare da solo la strada giusta.
2. Ogni ragazzo deve scrivere su un cartoncino (con dietro stampata una tartaruga) chi – nella sua vita di tutti i giorni (particolarmente in questo periodo) è “la sua Cassiopea personale”, cioè la persona che lo guida e lo aiuta ad andare in profondità, a ritornare al centro di sé. I cartoncini saranno poi messi in un cestino che sarà portato all’altare durante l’offertorio.
3. Ogni ragazzo – prima di essere mandato “nel deserto” (per la riflessione, la preghiera e la preparazione personale) riceverà un altro cartoncino con stampato in alto il nome di un suo compagno con l’invito a scrivere il primo consiglio che gli viene in mente di dare a quel compagno di cui ha pescato il cartoncino. Il consiglio dovrà essere spontaneo e sincero: per quanto possa essere una “correzione fraterna” non dovrà essere espresso in forma di critica ma di sprone positivo. Anche questi cartoncini verranno messi in un cesto e saranno distribuiti ai destinatari alla fine della Santa Messa (nel momento di silenzio dopo la Santa Comunione).

mercoledì 23 agosto 2017

Amare è perder tempo

Il quinto giorno del nostro CampoScuola è davvero impegnativo (se gli altri non lo sono già stati): seconda escursione nella mattinata (di cui abbiamo reso conto anche fotograficamente sulla nostra pagina facebook), mare e tornei di pallavolo nel pomeriggio e Veglia alle stelle a fine serata...
Per iniziare la Veglia e introdurci al tema, abbiamo assistito alla scenetta dell'incontro tra Momo e il signore grigio (impersonato dalla nostra Laura Pesenti) con la presenza di BibiGirl, la bambola perfetta (impersonata da Danesia Capelli) e da BibiBoy (impersonato dal mitico Gabriele, la nostra mascotte).

Anche qui, parlano di più, sicuramente le battute scambiatesi dai vari personaggi (la forma è semplificata rispetto al Romanzo di Michael Ende):

Momo
(entra nell’anfiteatro, vede la bambola e la prende in mano)
Oh, ciao! Come ti chiami?
Babygirl
(voce metallica fuori campo) Ciao, sono Bibygirl, la bambola perfetta. Sono tua! Per questo tutti ti invidiano!
Momo
No no, ti avrà dimenticato qui una delle bambine che vengono a giocare
Babygirl
(voce metallica fuori campo) Voglio avere più cose!
Momo
Come? Vuoi i miei giocattoli? Non ho mica tante cose io!
Babygirl
(voce metallica fuori campo) Voglio avere più cose!
Momo
Le vuoi lo stesso? Non sai dire altro tu!!!
(Momo si accorge di essere guardata da un uomo)
Sig. Grigio
Che bella bambola che hai!
Momo
Non è mia.
Sig. Grigio
Allora sei solo fortunata… Ho l’impressione, però, che tu non sappia giocare. Te lo insegno io (apre la valigetta). Prima di tutto, hai bisogno di tante cose (tira fuori oggetti di ogni specie).
Vedi? È molto semplice. Babygirl e Babyboy. Allora, hai capito?
Momo
(tremante) Sì, sì.
Sig. Grigio
Ti regalo tutto. Gioca con queste bambole e non avrai più bisogno di amici…
Momo
Ma non è la stessa cosa. Ai miei amici io voglio bene.
Sig. Grigio
(spazientito) Non è questo che importa! Tu ti chiami Momo, vero? Ascoltami bene: l’unica cosa che importa nella vita è arrivare ad essere qualcuno, possedere qualcosa. Tu credi di voler bene ai tuoi amici? Analizziamo la cosa razionalmente (pausa)
Che vantaggio traggono i tuoi amici dal fatto che tu ci sei? Nulla, anzi tu sei per loro una palla al piede. Perché tu li cerchi, gli fai perdere tempo… Se li ami veramente devi lasciarli in pace. Hanno cose importanti da fare.
(pausa) Noi vogliamo farti capire questo… e aiutarti.
Momo
Noi chi?
Sig. Grigio
Noi della CASSA DI RISPARMIO DEL TEMPO. Io sono l’agente BLW/553/c. Con noi non si scherza… solo noi sappiamo cosa sia bene per voi… non sforzarti di resistermi, nessuno può competere con noi…
Momo
Ma… a te qualcuno ti vuole bene?
Sig. Grigio
(preso alla sprovvista e irritato) Sei proprio cocciuta, bambina! Non mi è mai capitato nessuno come te! Non vorrai metterti contro di noi!?
Non hai proprio capito con chi hai a che fare! Nessuno può competere con noi. Noi siamo dappertutto, e nessuno si accorge di noi! Non ci devono notare! Voi uomini non capite quale valore abbia il tempo, ma noi sì. Per questo siamo qui per succhiare il tempo degli uomini fino all’ultimo secondo! (si arresta - impaurito)
Oh, cosa ho detto!!! Non dovevo… (scrollando le spalle a Momo) Tu mi hai fatto parlare! Mi hai fatto ammalare! Cosa hai fatto? Come hai fatto?! Adesso devi dimenticarmi, capito? Devi, DEVI…
(raccoglie in fretta tutte le cose e rimettendole nella valigetta e poi scappa via)
Momo
(spaventatissima) Aiuto! Beppo, Gigi, dove siete?!

Dopo questa scenetta ci siamo recati nel campo di calcio, sdraiati sull'erba col naso all'insù, verso le stelle, mentre ascoltavamo alcuni brani di vangelo, del romanzo di M.Ende e le riflessioni dettate dal don.
Guardare le stelle è come “avere la testa tra le nuvole”… condizione per eccellenza che fa perdere tempo… ecco, stasera siamo proprio qui per perdere tempo, per sprecarlo, senza pensarci.
Gesù ci invita a non affannarci per il domani, a non correre dietro alle cose che sembrano assolutamente urgenti (i bisogni primari: mangiare, bere, dormire, vestirsi), ma a fissare l’attenzione e lo sguardo su ciò che è davvero importante: il senso ultimo della nostra vita (il Regno di Dio).
Come leggevamo stamattina nel Qoèlet, dobbiamo imparare ad usare bene il tempo, a non essere sempre “sfasati”, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nella nostra vita c’è davvero “un tempo per ogni cosa, un tempo per vivere e uno per morire, uno per soffrire e uno per gioire, uno per lavorare e uno per giocare”… se no camperemo inevitabilmente di rimpianti: «Ah, se fossi rimasto là quel giorno! Ah, se non mi fossi fatto attirare dalla moda, dalle abitudini, dalle opinioni altrui…»
I Signori Grigi trasformano la vita delle persone che incontrano facendo di tutto per convincerle che occorre «lavorare più in fretta e abbandonare tutte le cose inutili per produrre di più e risparmiare tempo». Queste cose “inutili” per i Signori Grigi sono - in sostanza - i tanti momenti che dedichiamo all’incontro con gli altri, per aiutarli, per scambiare idee, sensazioni, emozioni, o che dedichiamo a noi stessi per pensare alla nostra vita. Il problema è che «nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. La sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona, sempre più fredda. Se ne rendevano conto invece i bambini perché nessuno aveva più tempo per loro».
L’orologio della fede invece scandisce un tempo che sa attendere e sa vivere e dare in ogni istante il meglio della vita. Il tempo dell’uomo non è il tempo di Dio… quante volte Gesù (che pur aveva un sacco di cose da fare, di villaggi da visitare, di gente da guarire) si è preso tutto il tempo che occorreva per dedicarlo agli incontri interpersonali? Prima del racconto della moltiplicazione dei pani, gli evangelisti dicono che sia la folla che Gesù, presi dall’intensità di quello che stava insegnando loro, si erano perfino dimenticati di mangiare da tre giorni! (cfr Mt 15,32). Così quando Gesù si siede al pozzo di Sicar e incontra la Samaritana: tutti e due erano venuti per bere, ma – alla fine – qualcosa diventa ben più importante della sete e dell’acqua! Quanto tempo che avrebbe potuto/dovuto dedicare al sonno Gesù l’ha dedicato agli incontri? Non solo quello con Nicodemo, ma le tante notti trascorse in preghiera col Padre suo… senza contare il fatto che Gesù venisse criticato come “mangione e beone” perché era sempre a tavola con qualcuno… è tutto tempo che Gesù non ha avuto paura di impiegare e “sprecare” per stare con la gente. Non ha mai detto a nessuno: «ora non posso, ho da fare».
Domandiamoci: «quante occasioni ho sprecato per correre dietro a ciò che mi sembrava importante fare subito a tutti i costi? Quante persone ho “lasciato indietro” e ho perduto per sempre?»
Domandiamoci anche: «quali sono le persone che non hanno paura di “sprecare” il loro tempo con me e per me? Mi rendo conto che il tempo e l’attenzione che mi dedicano è il vero termometro dell’amore che hanno per me? E non le cose che mi danno?»
Dal dialogo tra Mastro Hora e Momo (cap. XII)Mastro Hora disse a Momo: «Io sono soltanto l’amministratore del tempo: a me spetta il compito di distribuire ad ogni uomo il tempo che gli è destinato… devono essere gli uomini stessi a decidere come impiegare il proprio tempo. E a loro stessi tocca anche difenderlo. Io posso soltanto distribuirlo… Questi orologi sono soltanto un mio passatempo. Sono imitazioni molto imperfette di qualche cosa che ogni creatura umana ha nel proprio intimo. Perché come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo. Ma, purtroppo, ci sono cuori ciechi e sordi che, anche se battono, non sentono». 
«Il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore» ripete spesso l’autore del romanzo che ci sta guidando in questi giorni… Il tempo che ci dedichiamo reciprocamente è una fetta della nostra vita. Se doniamo il nostro tempo, con generosità, doniamo un pezzo della nostra vita… siamo allora sulla buona strada per fare quello che ha fatto Gesù, che non ha tenuto per sé nemmeno un attimo del proprio tempo, perciò – al culmine della sua missione – ci ha fatto dono di tutta la sua vita.

martedì 22 agosto 2017

Il tempo è denaro?

Nel quarto giorno del nostro CampoScuola l'incontro inquietante è con i Signori Grigi...
Qui lasciamo subito spazio alle parole di Michael Ende e poi alla immagini del film di Johannes Schaaf.
Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il Tempo. Esistono calendari e orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un’unica ora ci può sembrare un’eternità, e un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quest’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore. E nessuno lo sapeva meglio dei Signori Grigi. Nessuno sapeva - come loro - apprezzare tanto bene il valore di un’ora, di un minuto, di un solo secondo di vita. Certo, lo apprezzavano a modo loro - così come le sanguisughe apprezzano il sangue - e, a modo loro, agivano in conformità. Avevano piani precisi circa il tempo degli uomini. Erano piani a lunghissima, secolare scadenza, e minuziosamente preparati. La cura più importante era che nessuno prestasse attenzione alla loro attività. Si erano stabiliti fra gli abitanti della grande città senza dare nell’occhio. E gradatamente, poco alla volta, senza che alcuno se ne rendesse conto, avanzavano ogni giorno più a fondo e prendevano possesso degli uomini. Conoscevano bene la persona idonea ai loro scopi assai prima che il designato stesso lo potesse intuire. Aspettavano soltanto il momento buono per poterlo agguantare e facevano del loro meglio perché tale momento giungesse al più presto…
Per esempio prendiamo il signor Fusi, barbiere. Certo, non un figaro di classe, però molto apprezzato nella sua strada...
Postiamo qui uno spezzone del Film Momo di Johannes Schaaf (secondo noi la scena più riuscita) per condividere con tutti voi il sentimento di angosciosa presa di coscienza di come la realtà dipinta nel romanzo non sia molto distante dalla nostra...

lunedì 21 agosto 2017

Un pizzico di fantasia

Nel terzo giorno del nostro CampoScuola (giorno di escursione) subito dopo colazione, quando ormai i ragazzi sono pronti a mettersi lo zaino in spalla appare il secondo amico di Momo, il giovane Girolamo, detto Gigi Cicerone (impersonato dal nostro poliedrico Andrea Forcella detto Bèna). Anche il nome di Gigi è nato dal suo "mestiere": la capacità di intrattenere tutti con fantastiche storie che nessuna mente al mondo saprebbe concepire...
Gigi ci accompagna coi suoi incredibili racconti anche durante la nostra camminata: Monte delle Streghe, cave del marmo rosso di Levanto e Monte Rossola.
Anche stasera, come sempre, condividiamo alcune righe del romanzo di Michael Ende, per delineare più precisamente la figura del personaggio:
L’altro amico prediletto di Momo era giovane e, sotto ogni aspetto, l’esatto contrario di Beppo Spazzino. Era un bel ragazzo dagli occhi sognanti e dalla parlantina inesauribile, sempre straboccante di scherzi, frottole, arguzie; rideva tanto spensieratamente che - volenti o nolenti - si doveva ridere con lui. Si chiamava Gerolamo ma tutti lo chiamavano, più alla buona, Gigi. Come al vecchio Beppo abbiamo attribuito il cognome conforme al suo mestiere, così faremo con Gigi sebbene fosse privo di una precisa professione. Lo chiameremo, quindi, Gigi Cicerone. Ma quello di «cicerone» era soltanto uno dei molti mestieri che casualmente esercitava e non era, comunque, un impiego ufficiale. L’unico requisito che possedeva per esercitare questa attività era un berretto a visiera. Se lo metteva non appena vedeva apparire dei turisti deviati verso quel sobborgo. Gli si avvicinava tutto contegnoso e si offriva di guidarli e di illustrare il luogo. Se gli stranieri accettavano lui si lanciava e mentiva senza pudore. Lardellava il racconto con avvenimenti nomi e date inventati di sana pianta in modo tale che i poveri ascoltatori ne restavano frastornati. Qualcuno se ne accorgeva e se ne andava via furibondo ma la maggior parte accettava il tutto per buona moneta e con buona moneta pagava quando, alla fine, Gigi porgeva il suo berretto a visiera. La gente dei dintorni si divertiva alle bizzarre menzogne di quel ragazzone, ma a volte li prendeva il dubbio che, insomma, non stava bene da parte di Gigi accettare denaro buono per storie false. Ma Gigi ribatteva: «Tutti i poeti lo fanno! E che differenza fa se quel che racconto io sta scritto o no su qualche dotto libro? Chi vi dice che le storie raccontate dai libri dotti non siano inventate di sana pianta? Soltanto che nessuno lo sa, questa è la differenza. E poi… che significa mai vero e non vero? Chi può sapere per certo cosa sia successo qui mille o duemila anni fa? Voi lo sapete forse? No! E dunque! Come potete affermare, voi, che le mie storie non sono vere? Può anche darsi che le cose siano andate come le racconto io. E allora io ho detto la pura verità!».Obiettare era difficile. In quanto a buona parlantina nessuno poteva spuntarla con Gigi. Dove e quando avesse imparato, nemmeno lui lo sapeva. Forse era un dono di natura.
Già, la fantasia... a volte può essere dannosa, rendendo la nostra vita vuota e attaccata solo a cose vane e senza senso...  Ma altre volte può essere un dono e aiutare le persone a sollevare il cuore dal profondo baratro del peso della propria esistenza... proprio come accade nel piccolo aneddoto che abbiamo ascoltato questa sera durante la preghiera prima di andare a dormire:
Due uomini, entrambi gravemente ammalati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. Uno dei due doveva sedersi sul letto un’ora giorno durante il pomeriggio per espellere delle secrezioni polmonari e respirare meglio. Il suo letto si trovava di fianco all’unica finestra nella stanza. L’altro uomo era costretto a passare supino le sue giornate.
I due compagni di sventura si parlavano per ore. Parlavano delle loro moglie delle loro famiglie, descrivendo le loro case, il loro lavoro, la loro esperienza al servizio militare ed i luoghi dov’erano stati in vacanza. Ed ogni pomeriggio, allorché l’uomo nel letto vicino alla finestra si poteva sedere, questi passava il tempo a descrivere al suo compagno di stanza tutto quello che vedeva fuori.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere nient’altro che per questi periodi di un’ora durante i quali il suo mondo si apriva ed arricchiva di tutte le attività e colori del mondo esterno. Dalla camera, la vista dava su di un parco con un bel lago. Le anatre ed i cigni giocavano nell’acqua, mentre i bambini facevano navigare i loro modelli di battelli in scala. Gli innamorati camminavano a braccetto in mezzo a fiori dai colori dell’arcobaleno. Degli alberi secolari decoravano il paesaggio e si poteva intravedere in lontananza la città profilarsi. Mentre l’uomo alla finestra descriveva tutti questi dettagli, l’altro chiudeva gli occhi e si immaginava le scene pittoresche. Durante un bel pomeriggio, l’uomo alla finestra descrisse una parata che passava li davanti. Sebbene l’altro uomo non avesse potuto udire l’orchestra, riuscì a vederla con gli occhi della propria immaginazione, talmente il suo compagno la descrisse nei minimi dettagli. I giorni e le settimane passarono.
Una mattina, all’ora del bagno, l’infermiera trovò il corpo esanime dell’uomo vicino alla finestra, palesemente morto nel sonno. Rattristata, essa chiamò gli addetti della camera mortuaria perché venissero ritirare il corpo.
Non appena sentì che il momento fosse appropriato, l’altro uomo chiese se poteva essere spostato in prossimità della finestra.
L’infermiera, felice di potergli accordare questo piccolo favore, si assicurò del suo confort e lo lasciò solo.
Lentamente, sofferente, l’uomo si sollevò un poco, appoggiandosi su di un sostegno, per gettare un primo colpo d’occhio all’esterno. Finalmente, avrebbe avuto la gioia di vedere lui stesso quanto il suo amico gli aveva descritto. Si allungò per girarsi lentamente verso la finestra vicina al letto e… tutto ciò che vide fu un muro!
L’uomo domandò all’infermiera perché il suo compagno di stanza deceduto gli avesse dipinto tutta un’altra realtà.
L’infermiera rispose che quell’uomo era cieco, e che non poteva nemmeno vedere il muro. «Forse ha solamente voluto incoraggiarvi», commentò.
⇒ Vi è una felicità straordinaria nel rendere felici gli altri, a discapito delle nostre proprie sofferenze. La pena condivisa riduce a metà il dolore, ma la felicità, una volta condivisa, si ritrova raddoppiata.

domenica 20 agosto 2017

Momento per momento, con amore

Nel secondo giorno di questa nostra avventura di crescita insieme, viene a farci compagnia un vecchio amico di Momo: Beppo Spazzino (interpretato magistralmente dalla nostra animatrice Nicole Moretti) con la sua filosofia di vita: la felicità che nasce dall’amore con cui si fanno le cose, momento per momento, senza fretta e volentieri. Anche qui, credo che il modo migliore per conoscerlo sia prendere direttamente le parole con cui lo descrive l'autore del romanzo che ci sta accompagnando in questi giorni:
Anche se si hanno molti amici ce n’è sempre uno cui si è particolarmente affezionati. Così anche Momo. Aveva due amici cari che andavano da lei ogni giorno e dividevano con lei ogni loro bene. Uno era giovane e l’altro era vecchio. Momo non avrebbe saputo dire quale dei due le era più caro. Il vecchio si chiamava Beppo Spazzino. Aveva di sicuro un altro cognome ma, dato che di mestiere era spazzino e che tutti lo chiamavano così, anche lui aveva deciso che quel cognome gli stava bene. Beppo abitava in una capanna che si era costruita non lontano dall’anfiteatro, rimediando mattoni, pezzi di lamiera e cartone catramato. Era di statura insolitamente piccola e per giunta un briciolino curvo, per cui sorpassava Momo di ben poco. Molta gente era del parere che a Beppo Spazzino mancasse più di una rotella perché, se interrogato, lui si limitava a sorridere amabilmente senza dare risposta. Lui pensava. E se reputava che una risposta non fosse necessaria, taceva. Se invece la credeva necessaria, ci rifletteva sopra. Talvolta passavano due ore e talvolta anche un giorno intero prima che si decidesse a rispondere. Nel frattempo l’altro, logicamente, aveva dimenticato la domanda fatta, e le parole di Beppo gli parevano bizzarre; ancor più bizzarre di quel che erano di solito perché Beppo usava parlare a frasi staccate e in modo stravagante. Soltanto Momo era capace di attendere a lungo e di capirlo. Secondo lui tutta l’infelicità del mondo nasceva dalle troppe menzogne, quelle intenzionali ma anche da quelle involontarie, tristi frutti della fretta e dell’indecisione. A Momo, un giorno Beppo diceva: "Passo – respiro – colpo di scopa. Passo – respiro – colpo di scopa…  Vedi, Momo, è così: certe volte si ha davanti una strada lunghissima… Si vede che è troppo lunga… Che mai si potrà finire, uno pensa… E allora si comincia a fare in fretta… e sempre più in fretta… E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la fatica non è diventata di meno… E ti sforzi ancora di più e ti viene la paura e alla fine resti senza fiato… e non ce la fai più… e la strada sta sempre là davanti. Non è così che si deve fare… Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera, capisci? Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa… Sempre soltanto al gesto che viene dopo… Allora c’è soddisfazione! Questo è importante, perché allora si fa bene il lavoro. Così deve essere… E di colpo uno si accorge che, passo dopo passo, ha fatto tutta la strada. Non si sa come… e non si è senza respiro. Questo è importante".
Quanto dovremmo riflettere tutti su questo modo di prendere la propria vita!

Alla prossima puntata! 😎

P.S. Sulla pagina facebook dell'Unità Pastorale tutto il fotoracconto del nostro CampoScuola (l'hashtag che lega tutti i post è #Levanto2017UpVb).